Corpi che fluiscono: “La Möa” di Lorenzo Morandini

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Una performance di danza per riscoprire il rapporto tra ambiente e comunità

Di Paolo Trentini

Ph. Maria Chiara Betta

Un corpo nel torrente, una rappresentazione teatrale inedita per riflettere sull’ambiente ma anche sulle trasformazioni sociali avvenute nel tempo e il significato che la società attribuisce a un corso d’acqua. Lo strike di Lorenzo Morandini, danzatore e coreografo fiemmese, si chiama “La Möa”, che nel dialetto di Predazzo da dove viene significa pozza d’acqua durante la quale si immerge completamente nelle acque per lanciare i suoi messaggi. Una sperimentazione che è diventata un format e che Lorenzo ha replicato anche in fiumi di portata ben maggiore.

«Ho iniziato a dedicarmi alla danza a 10-11 anni. Nel mio paese, a Predazzo, c’erano dei corsi che ho frequentato. Ho visto che mi piaceva, mi entusiasmava, e trovavo molto sensato esplorare questa disciplina. Ho sempre pensato di dedicarmi alla coreografia, al gestire corpi in movimento. Pensate che da piccolo obbligavo i miei cugini a recitare le scenette di Natale; organizzavo tutto io, dai costumi alla musica. In seguito ho frequentato il liceo coreutico prima a Trento poi a Torino.

Concluso il mio percorso di studi mi sono trasferito a Londra e lì ho fatto l’accademia. Al termine avevo le idee talmente confuse che sono tornato in Italia e mi sono preso quasi due anni sabbatici, un momento di pausa in cui mi chiedevo se la danza era effettivamente quello che volevo fare. Nel frattempo ho fatto altro, ho vissuto a Roma lavorando come commesso in un’enoteca, però non mi immaginavo a vendere patè di olive e vino per tutta la vita. Mi sono quindi convinto a riprendere il discorso interrotto con la danza e ho partecipato a un corso a Milano dove ho sviluppato il progetto coreografico che sto portando ancora in tournee.

Il mio strike si chiama “La Möa”, in dialetto fiammazzo il fenomeno che avviene quando l’acqua di un torrente rallenta, per esempio dopo le cascate, e forma delle pozze.

Möa prende vita dopo il primo lockdown, nel maggio del 2020, nel primo giorno in cui ho fatto la prima passeggiata all’aperto, la mia prima boccata d’aria. Sono passato lungo il torrente vicino alla mia casa di Predazzo, il Travignolo, e ho pensato di fare virtù delle varie restrizioni e che sarebbe stato fantastico proporre qualcosa all’aperto, studiare una performance in un luogo inconsueto. Una cosa che fino a prima non mi interessava molto, la sentivo forzata e mi domandavo quanto fosse realmente necessario utilizzare qualcosa di diverso rispetto al teatro per fare qualcosa di performativo. Però aveva molto senso perché in quel periodo era quasi l’unica possibilità che avevo e allora mi sono detto… “perché no?! Sperimentiamo cosa vuol dire creare una performance in un ambiente molto diverso”.

Avevo molti dubbi e poche risposte su come poter fare la cosa. Ho provato a vedere cosa accadeva in un palcoscenico diverso da prima. Ho iniziato a prendere appunti, ho capito cosa vuol dire passare molto tempo immerso nell’acqua, muoversi nell’acqua; allora era molto bassa e ci camminavo dentro senza problemi, però c’era qualcosa che non funzionava, che mi tratteneva. Non capivo cosa fosse. A un certo punto ho deciso che se non mi fossi immerso completamente nel torrente non avrei capito. E così l’ho fatto e la relazione è diventata molto più simbiotica. Ho scoperto una nuova interazione con l’acqua e la potenzialità creativa insita in quell’elemento, senza pensare quale fosse la possibilità performativa di presentazione come spettacolo e il suo ritorno a livello lavorativo (che poi è quello che è successo). Il torrente mi ha insegnato molto.

Ammetto che all’inizio non ci credevo molto nemmeno io. Ero pieno di dubbi, mi chiedevo sempre “ma quando lo farò? Qualcuno capirà le mie intenzioni?”.

Sono stati gli amici a spronarmi. Loro mi hanno detto “Se ce l’hai dentro, se te la senti, provaci”.

Solo allora mi sono convinto della cosa. Ho deciso di crederci e creare quello che avevo nel mio immaginario. Sono stato solo io a bloccarmi, a frenarmi. Consumato dai dubbi di non piacere a gli altri, di non andare bene agli altri, di tutto quello che poteva andare male. A un certo punto mi sono fatto coraggio e ho deciso di proseguire. Ho iniziato a creare una struttura, trovare un percorso tra i sassi e si è “intromessa” di prepotenza la questione ecologica. Pensavo di essere in un luogo incontaminato e pulito… Sì, magari!. Per quanto fossi vicino alla sorgente in alta montagna l’elemento umano, i rifiuti, era presente.

Tutto questo è sfociato in una performance. Ho presentato il primo esperimento al festival “Danzare A Monte”, in val di Fiemme, ma non era sufficiente. Mi sono chiesto, visto che io sin da bambino giocavo nel Travignolo, e che quindi è un luogo che per me ha un interesse e una storia quale fosse il ruolo che gli è stato assegnato dalla gente nel corso del tempo.

Ho deciso che per ogni luogo visitato avrei fatto un po’ di ricerca per capire meglio dove stavo e che cosa fosse quel luogo.

Mentre in teatro si cerca di creare un mondo possibile che magari non c’è, nell’ambiente naturale vuol dire stare in un luogo già condiviso, che ha un suo pubblico, che ha una sua struttura e un significato dato da altre persone e non è per nulla banale agire in questo contesto. Ho cercato degli elementi comuni, come i sassi o i rifiuti, la tradizione, per costruire un percorso comune. Ad esempio, il fiume veniva usato per il trasporto dei tronchi o per girare le macine dei mulini, quindi ha avuto una trasformazione di significato a livello lavorativo.

Ho pensato che la prima parte del mio spettacolo dovesse esprimere delle movenze ispirate al lavoro delle comunità che abitano la zona, per poi diventare letteralmente esperienziale, tattile, sensoriale. Ho riproposto quest’idea a un bando internazionale promosso dall’associazione Danza Urbana di Bologna, per partecipare al festival Trayectos, a Saragozza, ed era offerta la possibilità di residenza per la ricerca personale all’interno del paesaggio.

Il bando è andato bene e sul finire del 2021 a dicembre l’ho portata a Crevalcore, in un canale artificiale di bonifica. Anche in quel caso, notare quanto e in che maniera l’uomo ha replicato la struttura tipo del corso d’acqua rendeva la cosa completamente inaccessibile perché sul fondo non c’erano ghiaia e sassi, perché sarebbero d’intralcio, ma soltanto una fanghiglia in cui sprofondavo e non sono riuscito a toccare mai l’acqua.

Anche in quel caso è stato interessante notare come con un processo artistico aiuti a far emergere questioni etiche o morali, anche politiche volendo, e si debbono fare delle scelte.

Cerchi di ignorare le cose o lo presenti come un problema? Ci sono oggetti (relitti, vecchie armi, monili) che restano per secoli immersi, e li si dà un valore molto alto. Poi in che momento una cosa da rifiuto, da cosa che non dovrebbe stare in un determinato posto, diventa preziosa e da portare a casa?

In seguito ho presentato questo processo in Vallarsa, nella frazione di Arlanch lungo il Leno, per “Sconfinamenti”, uno spin-off di Oriente Occidente. Ho recuperato in biblioteca le testimonianze dei locali nel periodo 800-900, un periodo di grande cambiamento per via della costruzione delle dighe, della fine di sfruttare il corso d’acqua, del tempo che si è fermato durante il periodo della Grande Guerra. Le strade iniziavano a essere più comode e i tronchi a valle era meglio portarli via con un camion che farli scivolare nell’acqua. Un periodo in cui il rapporto tra torrente e popolazione ha subito grandi cambiamenti.

Nella prima parte della performance ho effettuato delle letture, per poi passare in un continuo crescendo dallo storico tradizionale alla relazione tra corpo umano e fiume. Poco alla volta mi sono liberato dei vestiti tipici locali per rimanere in costume.

In occasione di Danza Urbana uno degli organizzatori mi ha ospitato sul Reno a Bologna. Il fiume aveva lasciato tanti oggetti lungo il suo cammino e ho scelto di non fare altro che rimanere in mezzo alla spazzatura ad accompagnare il tragitto di una bottiglia di plastica e alla fine la performance ho deciso di lanciarla nel fiume e lasciare che seguisse il suo corso. Curiosamente, la mia azione, il mio gesto ha suscitato non un rimprovero esplicito, ma mi è stato fatto notare come molta gente pensava che io stessi gettando nel Reno un rifiuto senza badare al fatto che ero immerso seminudo in un fiume. Forse si aspettavano che io avrei raccolto quanto trovato, ma c’era di tutto: accappatoi, giubbotti, scarpe, bottiglie di birra… ma non era quello lo scopo della performance. Questo processo rispettoso dell’elemento culturale non sempre è capito dal pubblico ma è molto stimolante perché frutto di una ricerca.

La cosa proseguirà, prevedo un finale, però c’è tutto un modo di usare il corpo, di avere a che fare con l’acqua che non è come starsene in studio o su un palco dove si è comodi. Cambia tutta la prospettiva.

L’idea è fare altre esperienze con altri tipi di paesaggio, non solo in acqua. Per esempio la mia performance si può replicare nel bosco, capire come mettersi in relazione con gli alberi. Un po’ come nel trekking, con la differenza che si fa esperienza del proprio sé e corpo in relazione all’ambiente che ci circonda e si crea un nuovo paesaggio. A quel punto il paesaggio non è più lo sfondo che ci si mette alle spalle nelle foto, ma è una parte dell’esperienza, lo si modifica.

Tutto il mio percorso è stato possibile grazie a Danza Urbana che ha creduto nella mia ricerca e mi ha concesso lo spazio. Poi mantengo molta gratitudine per quelle persone che mi hanno aiutato nelle mie performance come il proprietario del mulino di Arlanch. Una persona molto anziana che si è presa il suo tempo per raccontare la storia del posto e mi ha aiutato, spiegandomi cosa si faceva un tempo nella frazione di Vallarsa. Allo stesso modo una signora a Saragozza, senza sapere cosa stavo facendo, mi ha spiegato tutto quello che era successo con l’Ebro in occasione dell’Expo negli anni passati e come era stato vissuto dai locali. Tutte persone che senza chiedere nulla mi hanno aiutato nella ricerca.

Per riuscire a realizzarsi nella vita e fare Strike! suggerisco di concentrarsi, ma in particolare di vivere la quotidianità. Viverla veramente in maniera concentrata senza “girovagare” tra un impegno e l’altro, ma di svolgere le proprie mansioni con trasporto. Si deve vivere le giornate e quello che si fa senza aspettare che finiscano, magari subendole o passarle in maniera automatica. Bisogna sentirsi vivi mentre si fa qualcosa e non farlo con l’idea di far semplicemente trascorrere il tempo in attesa di altro».